Migrare è un fenomeno antico come l’umanità e “gli umani sono una specie migratoria” (Massey).
Tradizionalmente la migrazione è sempre stata una pratica maschile, che vedeva impegnati uomini, per lo più giovani, in cerca di condizioni di vita e di lavoro migliori per sé e la propria famiglia.
Le donne che migravano erano considerate come il segmento residuale e improduttivo a seguito dei migranti uomini oltre che un costo per la comunità in termini di welfare.
Attraverso un punto di vista nuovo e di genere è invece possibile oggi cogliere le relazioni sociali e di potere poste alla base dell’esperienza migratoria, valorizzando le specificità e le potenzialità che animano i flussi migratori al femminile.
A partire dagli anni ’80, con un dibattito iniziato negli Stati Uniti, ci si accosta al fenomeno migratorio con una prospettiva di genere.
Nel 1984, il numero speciale dell’International Migration Review sulle migrazioni femminili, diretto da Mirjana Morokvasic, ricorda come la migrazione sia anche un fenomeno al femminile. La presenza femminile, che rappresenta il 52,7% del totale della popolazione in movimento nel mondo, negli ultimi decenni è divenuta sempre più preponderante, tanto da categorizzare il fenomeno come femminilizzazione dei flussi migratori. Se inizialmente la femminilizzazione faceva riferimento soprattutto al cambiamento quantitativo, adesso questa definizione segnala anche il cambiamento qualitativo. Le donne migrano in forma autonoma, precedono l’arrivo di figli e mariti ed in parecchie componenti nazionali sono nettamente più numerose e meglio inserite rispetto agli uomini nel mercato del lavoro.

La motivazione principale della loro partenza non è il riunirsi alla famiglia, ma la ricerca di lavoro. Le donne, spesso dotate di un’istruzione medio – alta, s’inseriscono nel mercato con lavori utili alla società, ma che richiedono una qualifica inferiore a quella effettivamente detenuta. Impiegate nel lavoro domestico e nel lavoro di servizi alle persone e alle famiglie, schiacciate dalla tirannia delle tre “C”: caring, cooking, cleaning.
Le stesse subiscono inoltre una doppia o tripla discriminazione, poiché oltre ad essere considerate migranti, e quindi svantaggiate per definizione, sia per via di stereotipi etnici che per etichettature di genere, vanno incontro anche ad una ulteriore discriminazione di classe, schiacciate verso il basso ed in occupazioni che comportano una marcata subalternità sociale nonostante abbiano competenze o titoli superiori rispetto alle mansioni ricoperte.
Sotto il profilo occupazionale troviamo tradizionalmente tre tipologie di impiego: l’assistente a domicilio, la collaboratrice familiare fissa e la colf a ore.
Nel primo caso – assistente a domicilio – è fondamentale la co-residenza. In questo segmento occupazionale troviamo di solito impiegate immigrate in condizioni irregolari, complice la convergenza di diversi fattori quali appunto la pesantezza delle condizioni occupazionali, famiglie non economicamente in grado di assumere personale in regola e la possibilità di avere una casa.
Nel secondo caso – collaboratrice familiare fissa – troviamo il requisito della co-residenza ma c’è maggior frequenza di contratti regolari oltre che una precisa richiesta di coinvolgimento emotivo e relazionale con i datori di lavoro.
Nel caso della colf a ore invece si registra una evoluzione dei primi due rapporti di lavoro poiché ci si affranca dalla convivenza acquisendo maggiore autonomia personale e maggiore capacità di muoversi e inserirsi nella società ricevente. Di solito queste immigrate sono precedentemente passate dalle prime due tipologie di impiego a questa terza forma che rappresenta una sorta di “promozione orizzontale” e che consente loro di costruire una famiglia propria o di ricongiungere quella già esistente nel paese di origine.
La migrazione femminile determina immancabilmente dei riflessi importanti nei paesi di provenienza. Qui le donne, assunte le vesti di breadwinners, grazie alla emigrazione ed al lavoro, scardinano i tradizionali ruoli familiari, che così rinegoziati e infiltrati da istanze femministe determinano una emancipazione di fatto ed un accresciuto status di cui le stesse non godevano prima.
Oggi, la migrante è percepita prima di tutto come madre di famiglia ed è a lei che si attribuisce il costo sociale della migrazione, della mobilità, della separazione, soprattutto nelle ricerche che si focalizzano sulla c.d. maternità transnazionale.
Anche se lontane le donne non si limitano a provvedere ai bisogni materiali dei figli rimasti nel Paese di origine, ma continuano – poiché da loro ci si aspetta questo – ad alimentare la cura, l’affetto e l’assistenza emotiva dei bambini, sebbene affidati ai padri o ai nonni, creando questa nuova definizione di maternità che va oltre i confini e le distanze.
Tale duplice aspettativa rispetto a questo nuovo ruolo di madre si traduce nel cosiddetto “double-burden” (doppio-peso/responsabilità): la società si aspetta dalle donne non solo il lavoro, necessario a liberare la famiglia dalla povertà ma la continuità nella cura delle emozioni e dell’unità familiare a distanza, rinegoziando periodicamente la assenza fisica con regali, telefonate, sostegno e “rimesse” non solo economiche ma anche affettive. Le donne che migrano si caratterizzano per un forte protagonismo sociale: per sopravvivere nei paesi di approdo le stesse instaurano una fitta rete di solidarietà tutta al
femminile che le aiuta a superare le criticità che la migrazione comporta. Questa rete di mutuo aiuto
al femminile è molto importante nella ricerca di lavoro e nel sostegno personale e trasforma le donne in tessitrici di rapporti e promotrici di processi di integrazione.
Sono inoltre le donne, quando ne hanno possibilità, a gestire importanti funzioni di mediazione culturale, soprattutto sotto il profilo della conservazione di abitudini, rituali e saperi del gruppo d’origine, come la lingua, le storie tradizionali, le regole di comportamento e l’approccio alla fede. Il tutto al di fuori da logiche rigide e radicalizzanti e sempre bilanciato da una forte spinta all’apertura che cerca e sostiene l’intreccio di nuove e originali relazioni nel contesto socio-culturale di vita, diventando così le donne sempre più cardine e protagoniste del processo di stabilizzazione dei percorsi migratori.
(estratto dalla Tesi di Laurea Magistrale in “Politiche per l’innovazione e l’inclusione sociale” – UNIDA Reggio Calabria – Fenomeno migratorio ed innovazione sociale nelle politiche urbane. Effetti della accoglienza integrata sui piccoli centri – Riproduzione vietata).
[1] Dati Eurostat 2017.
[2] V. Piché, Les théories migratories contemporaines au prisme des textes fondatuers, Population 2013/1, Vol. 68,
[3] M. Morokvasic, Femme et genre dans l’étude des migrations: un regard retrospectif, Les Cahiers du CEDREF, 16/2008 (pp. 33-56), pag. 42
[4] E. Kofman, “Bird of passage” al femminile dieci anni dopo: genere e immigrazione nell’Unione Europea, in M. Ambrosini, E. Abbatecola,Migrazioni e società: una rassegna di studi internazionali, 2009 – Franco Angeli ed. – pag. 219-237.
[5] Ambrosini M. (2005), Dentro il welfare invisibile: aiutanti domiciliari immigrate e assistenza agli anziani, «Studi emigrazione», XLII, 159. – G. Ballarino e N. Panichella, Condizione occupazionale e dinamiche familiari. delle donne immigrate in Italia, Quaderni di Sociologia, 67/2015, p. 83-10.
[6] Ambrosini M., Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere, Il Mulino, Bologna, 2013, p. 25
[7] C.B. Brettell e R.J. Simon (1986), Immigrant women: An introduction, in Simon R.J. e Brettell C.B. (a cura di) (1986), International migration: The female experience, Totowa, NJ, Rowman e Allanheld, pp. 3-19.
[8] Morokvasic M., Femme et genre dans l’étude des migrations: un regard retrospectif, Les Cahiers du CEDREF, 16/2008. pag. 43.
[9] M. Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, cit., pag. 168.
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