Il fenomeno migratorio ha assunto nel corso degli ultimi tre decenni una dimensione sempre più ampia e soprattutto senza precedenti anche per il nostro Paese, abituato storicamente a parlare più di emigrazione che di immigrazione. Invece, le numerose e profonde crisi internazionali, gli stravolgimenti climatici, il perdurare di conflitti eterni e di ardua risoluzione, hanno trasformato l’Italia in un Paese quanto meno di transito di imponenti flussi migratori. Ma proprio perché trattasi di tre decenni (trent’anni!), la speranza, credo fondata, era che il nostro Paese riuscisse prima o poi a gestire in modo equilibrato e costruttivo la convivenza con migliaia di uomini, donne, bambini provenienti dai più disparati angoli del pianeta. Non che la sfida fosse di facile soluzione, si pensi ad esempio ai conflitti socio-culturali che infiammano costantemente altri Paesi europei, da sempre alle prese con flussi migratori ben più consistenti. Non si può, però, non rimanere sconcertati dall’ approssimatività con cui la nostra classe politica tende ad affrontare la questione, relegandola sempre a qualcosa di altamente emergenziale e falciandola di conseguenza con decreti di urgenza, che calpestano senza pudore i più basilari diritti individuali. Una questione, insomma, che è emergenziale non è e a ricordarcelo ci pensa per fortuna…l’Europa! E’ di questi giorni la notizia che La Commissione Europea “ha deciso di inviare un parere motivato all’Italia (INFR(2022)4113) per il mancato rispetto delle norme dell’UE in materia di coordinamento della sicurezza sociale (regolamento (CE) 2004/883) e di libera
circolazione dei lavoratori (regolamento (UE) n. 492/2011 e articolo 45 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea)”. L’Italia è stata formalmente contestata dall’Unione europea per la normativa sull’assegno unico. La Commissione ritiene, infatti, che la richiesta di due anni di residenza e il requisito della “vivenza a carico” siano discriminatorie. Il Governo italiano ha due mesi per rispondere e adottare le misure necessarie. Secondo il parere della Commissione, “questa normativa viola il diritto dell’UE, in quanto non tratta i cittadini dell’UE in modo equo e, pertanto, si qualifica come discriminazione. Il regolamento sul coordinamento della sicurezza sociale vieta, inoltre, qualsiasi requisito di residenza ai fini della percezione di prestazioni di sicurezza sociale, quali gli assegni familiari”. “Questo parere motivato – ricorda, infine, la Commissione – fa seguito a una lettera di costituzione in mora inviata all’Italia nel febbraio 2023. L’Italia ha risposto a tale lettera nel Giugno 2023. La Commissione ritiene che la risposta non affronti in modo soddisfacente i suoi rilievi e ha ora deciso di inviare un parere motivato”. L’assegno unico universale resta, pertanto, sotto infrazione a livello europeo. L’ultimo osservatorio Inps ricorda che, tra gennaio e settembre di quest’anno, la prestazione sociale ha raggiunto con almeno una mensilità 6,3 milioni di famiglie per 9,8 milioni di figli, erogando complessivamente 13,4 miliardi di euro. Resta quindi un mistero il perché debba ritenersi esclusa Almira, la colf filippina che lavora 14 ore al giorno, magari versandosi i contributi, ma che non avendo un regolare contratto di locazione e, certamente non per propria scelta, non può soddisfare il requisito della residenza, pur avendo tre figli a carico e avendo disperato bisogno di una misura di sostegno.
Ora, che il nostro Paese in materia di welfare non fosse proprio un modello da seguire lo sapevamo, ma non credevamo di dover riaffrontare quanto già vissuto ad esempio nel 2018 quando la Corte di Cassazione con l’ordinanza 23763/2018 relativa al contenzioso in atto tra una persona disabile e l’Inps, stabilì che l’erogazione della pensione di invalidità civile a uno straniero non può essere subordinata al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Ma non fu certo un unicum, tanto è vero che nel 2022 rieccoci con una nuova sentenza necessaria per riaffermare il principio di equità. Ci riferiamo alla sentenza n. 54/2022 della Corte Costituzionale che dichiarò incostituzionale l’esclusione dei cittadini extra UE e non lungo soggiornanti dalla fruizione del bonus bebè e dell’assegno di maternità. Sarebbe bello capire se, nella mente del legislatore prevalga l’ignoranza del principio di equità che già i nostri avi raffiguravano nell’allegoria della Giustizia, richiamando l’immagine delle due bilance come simbolica del bilanciamento tra legge ed equità o, piuttosto, prevalga quella tendenza inconscia e tutta italiana a creare “altri” da additare e dare in pasto a piazze sempre più social e agguerrite. Sicuramente quest’ultima strada fu percorsa tra il 2018 e il 2019 dalle giunte che amministravano diversi comuni del profondo Nord, Lodi in testa, che non esitarono a
negare la mensa scolastica a centinaia di bambini, su base esclusivamente etnica e in nome di quella celebre “pacchia finita”. Finita almeno fino a intervento risolutivo della Magistratura o di organi europei. E’ proprio questa visione banalmente e consapevolmente provinciale che invece dovremmo abbandonare per poter vincere le nuove sfide di un mondo sempre più complesso: il migrante costruito come “l’altro” a suon di post e comunicati e rappresentato come una bomba pronta ad esplodere, riconoscibile e additabile, con il buon patriota nei panni dell’artificiere pronto ad intervenire. E, forse, in questa guerra tra poveri, se proprio vogliamo decantare lo spirito italico, più che richiamarsi ai peggiori istinti dell’Alabama del secolo scorso, sarebbe più opportuno rileggere e affidarsi alla “social catena” di leopardiana memoria.
Dott. Ernesto Romeo

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