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DOMENICO TRIPEPI, UN COSTITUENTE DIMENTICATO.

Inserito da webmaster_samarcanda | Nov 27, 2023 | Frammenti di storia, Rubriche

DOMENICO TRIPEPI, UN COSTITUENTE DIMENTICATO.

La città di Reggio non conserva oggi memoria di Domenico Tripepi, che per oltre un quarantennio, dal 1914 al 1958, fu tra i protagonisti della vita pubblica reggina, ricoprendo importanti incarichi a livello locale e nazionale e soprattutto raccogliendo intorno a sé un vero e proprio partito personale, in cui confluivano, e in lui trovavano efficace sintesi, gli interessi dei ceti più abbienti e le attese di quanti, da sempre subalterni e senza voce, si affidavano a lui per essere rappresentati e tutelati. Utilizzando opportunamente questi consensi così diversi, Tripepi si mosse su tutto l’arco della destra politica italiana, mantenendo sempre una sostanziale autonomia rispetto ai partiti a cui di volta in volta faceva riferimento. Fu in questo senso l’ultimo rappresentante di una tradizione politica fondata sul notabilato ed è anche grazie alla sua azione che “il vento del Sud” riuscì ad attenuare di molto l’impulso rinnovatore che, nel secondo dopoguerra, sembrava spingere la giovane Repubblica italiana verso radicali cambiamenti sociali.
Era nato il 14 febbraio 1889 da Demetrio e da Angiola Palumbo, esponenti di una famiglia di ricchi proprietari terrieri originari di Sant’Agata, l’antica città regia distrutta dal terremoto del 1783 e poi ricostruita nell’odierno territorio di Gallina. Il primo di quella famiglia ad interessarsi di politica fu Giuseppe Tripepi, avvocato e patriota, che prese parte al moto reggino del 1847 e poi, l’anno successivo, alla breve stagione costituzionale. Per queste sue scelte fu condannato dalle autorità borboniche a ventisette anni di carcere duro, che scontò fino all’arrivo di Garibaldi. Ma l’ingresso dei Tripepi sulla scena politica reggina si ebbe nell’ultimo quindicennio del secolo, quando i fratelli Francesco, Domenico e Demetrio, tutt’e tre avvocati, avviarono il loro cursus honorum che avrebbe visto il primo deputato al Parlamento nazionale fino al 1910 e gli altri due deputati a Roma e sindaci a Reggio. Alla loro morte, ne raccolse l’eredità il giovane Domenico, che nel 1914 entrò nella Deputazione provinciale in rappresentanza del collegio di Gallina, feudo elettorale della famiglia Tripepi. Come altri giovani della sua condizione sociale e culturale, si schierò per l’intervento nella Grande Guerra, a cui prese parte combattendo in prima linea e conservando sempre un vivo ricordo di quell’esperienza. Al termine del conflitto si schierò con i tanti reduci che, in nome dei sacrifici affrontati, reclamarono una presenza più determinante nella vita politica nazionale: nella lista degli ex combattenti fu eletto in Parlamento nelle elezioni del maggio 1921 e, quando quel partito si dissolse, passò al gruppo di Democrazia Sociale, fondata da Nitti e da Amendola per dare voce ai settori progressisti della borghesia italiana. Dopo un primo periodo di convivenza con il governo fascista, Democrazia Sociale nel febbraio del 1924 passò all’opposizione, ma andò incontro ad un tracollo nelle elezioni dell’aprile di quell’anno. Tripepi, però, fu tra i nove deputati eletti, sette dei quali nel Meridione, ed al suo successo non fu estraneo l’appoggio della delinquenza organizzata reggina, capeggiata da Michele Campolo e dai fratelli D’Ascola di Ravagnese. Rappresentanti com’erano della malavita tradizionale, preferirono appoggiare notabili anch’essi tradizionali come Tripepi, anziché confrontarsi con la nuova classe dirigente fascista, di cui non si conoscevano ancora gli orientamenti. Ambiguo e censurabile per i suoi rapporti con la malavita, Tripepi fu fermo nella sua opposizione al fascismo: nel 1923 prese parte alla cosiddetta “rivolta del soldino”, in appoggio ai ferrovieri licenziati per le loro simpatie socialiste; dopo il delitto Matteotti partecipò alla protesta parlamentare dell’Aventino e il 31 dicembre 1924, quando a Reggio si diffuse la falsa notizia delle dimissioni di Mussolini, guidò con il socialista Antonio Priolo un corteo di giubilo per le vie della città. Con il varo delle leggi “fascistissime”, il 9 novembre 1926 fu dichiarato decaduto dal suo incarico di parlamentare e trascorse gli anni successivi lontano dalla politica attiva, dedicandosi alla gestione dei suoi numerosi interessi economici e professionali. Fu presidente della Società Anonima Calabrese per le Industrie Minerarie, per la quale nel 1928 fu autorizzato ad effettuare ricerche di scisti bituminosi nel territorio di Bova, ma soprattutto curò la sua attività di avvocato, nella quale primeggiava e che gli consentì di ampliare la rete delle sue relazioni. Un antifascismo non clamoroso, a “bassa intensità” forse, ma sostanziale nella difesa della cultura liberale e di uno stile di vita discreto e misurato.
Dopo la fine del regime fascista, Tripepi tornò all’attività politica e fu uno dei principali referenti per le Autorità alleate di occupazione. Nel gennaio del 1944, in rappresentanza di Democrazia e Lavoro, un nuovo soggetto politico creato da Meuccio Ruini e Ivanoe Bonomi e radicato soprattutto nel Meridione, prese parte al Congresso di Bari, dove i partiti antifascisti si riaffacciarono sulla scena e delinearono le loro proposte per la nuova Italia. A livello locale fu presidente del CNL provinciale e poi della Deputazione provinciale, ma a Roma fece anche parte della Consulta, l’organo che sostituiva momentaneamente il Parlamento. Il 2 giugno 1946 si batté per la monarchia e anzi dieci giorni dopo, a risultati ormai noti anche se non ufficializzati, guidò un corteo di monarchici per le vie di Reggio, sfilando provocatoriamente, insieme con il sindaco Nicola Siles, sotto i balconi della federazione socialcomunista. In quella tornata elettorale fu eletto alla Costituente per l’Unione Democratica Nazionale, il gruppo di Einaudi, Croce, Orlando, Nitti (che poi abbandonò per passare al Fronte dell’Uomo Qualunque) e fu pertanto tra i padri della nostra Costituzione. In quell’Assemblea prese la parola l’11 giugno 1947 nel dibattito sulla fiducia al IV governo De Gasperi, insistendo in modo particolare sulle drammatiche necessità e sui ritardi del Mezzogiorno. Nella prima legislatura repubblicana fu senatore di diritto, in quanto ex deputato prefascista dichiarato decaduto nel 1926, e militò nel Partito Liberale Italiano, per passare poi al Gruppo misto. Nel giugno 1953 venne confermato senatore, questa volta per il Partito Nazionale Monarchico, di cui fu anche vice presidente nazionale fino al settembre 1957, quando passò nuovamente al Gruppo misto. Alle elezioni politiche del 1958 non si ricandidò, considerando concluso il suo ciclo.
Tra i suoi interventi in Aula merita di essere ricordato quello del 29 settembre 1950 sulla “legge stralcio” e, in generale, sul progetto di riforma agraria.
Su scala locale, oltre a tutta una serie di interrogazioni su problemi specifici della città e della provincia, c’è da ricordare l’impegno profuso nel periodo 1947-1950 per affermare il diritto di Reggio ad essere indicata come capoluogo della Calabria, una questione allora opportunamente rinviata e che sarebbe poi esplosa venti anni dopo.
Morì a Reggio il 26 ottobre 1962, senza eredi diretti, ed oggi la sua tomba giace in uno stato di miserevole abbandono, a disdoro di una città senza memoria e senza rispetto per la sua storia.

Prof. Antonino Romeo

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