Le immagini della strage di Cutro sono ancora davanti ai nostri occhi, quei corpi straziati dalle onde del mare, corpi di donne, uomini, bambini, abbandonati tra la sabbia e immobili come sassi, sono macigni che pesano sulle nostre coscienze. Perché la strage di Cutro non è un episodio, non è una parentesi, ma è semplice routine quotidiana in un mondo dove muri e steccati vengono alzati senza pietà. Dalla tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 a quella di Cutro del 26 febbraio 2023 sono passati 10 anni, circa 26 mila morti solo nel Mar Mediterraneo e migliaia di litri di lacrime di coccodrillo. Tutti a piangere, a emozionarsi, a commuoversi, a invadere tv e social di odiosa e insopportabile retorica, ma nessuno mai veramente intenzionato a modificare una realtà che ormai di umano non ha più nulla.
Eppure basterebbe poco e sicuramente sarebbe più semplice dell’ormai celebre caccia agli scafisti in tutto il globo terraqueo. Basterebbe un intervento legislativo forte e di rottura con il passato e veramente volto a fermare la strage e a consentire alle persone di attraversare le frontiere legalmente e in sicurezza. Basterebbe attivare i corridoi umanitari con quei Paesi devastati da guerre civili, guerre importate e guerre di conquista, da crisi economiche senza fine, da catastrofi climatiche e naturali e da decenni di fanatismo religioso. Basterebbe riorganizzare il sistema d’accoglienza, potenziare gli uffici immigrazione, aumentare i canali d’accesso legali e rafforzare il sistema di salvataggio nel mar Mediterraneo, non a parole, ma nei fatti. Invece il DL 20/2023 non affronta nulla di tutto questo, è solo l’ennesimo decreto flussi destinato a non incidere né sull’economia italiana né sul salvataggio di migliaia di vite umane, è solo fumo negli occhi di un Paese che vive di propaganda e di paure e che soprattutto non riesce a comprendere che gli esseri umani fuggiranno sempre da quei posti trasformati in inferno, in Libia come in Turchia fino alle ormai tristemente note rotte balcaniche.
Né si provi ad affermare che il milionesimo Decreto flussi possa servire a smuovere un’economia stagnante come quella italiana. Se così fosse sarebbe lecito chiedersi perché, nonostante sia l’ennesimo tentativo di importare manodopera dall’estero, la classe imprenditoriale italiana lamenta da anni, a torto o a ragione, la difficoltà a trovare lavoratori non specializzati con i percettori del reddito di cittadinanza trasformati in novelli capri espiatori. E quale credibilità potrà avere l’attuale destra di governo che fino a un anno fa gridava ai quattro venti la pericolosità di analoghi decreti che avrebbero riempito le tranquille strade italiche di cruenti “clandestini” pronti tra l’altro a moltiplicarsi con eventuali ricongiungimenti familiari?
Davanti a una tale ed evidente inutilità sarebbe lecito a nostro avviso tutelare, tra l’altro, i diritti di migliaia di esseri umani irregolari che vivono e lavorano in nero nelle nostre famiglie, nelle nostre campagne e nelle nostre aziende. Ma non attraverso una nuova sanatoria, che sarebbe l’ennesima toppa emergenziale, ma modificando una volta per tutte quella “Bossi-Fini” che dal lontano 2002 tormenta le vite di uomini, donne a bambini, producendo disastri economici e umani, ma che rimane là, intoccabile come un totem in difesa di un’ideologia.
dott. Ernesto Romeo
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